È della scorsa settimana la notizia che la cassazione ha confermato la sanzione all’Agenzia delle entrate per aver diffuso tramite Internet nel 2008, i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi 2005.

L’importo della sanzione elevata è di seimila euro.

La notizia è passata totalmente inosservata, tanto che si contano sulle dita di una mano i riferimenti che si possono trovare in Rete al riguardo. Ritengo tuttavia che il fatto sia interessante ed emblematico per due precise ragioni.

Primo: l’importo della sanzione.

Diffondere illegittimamente via Internet dati personali di milioni di persone è cosa piuttosto grave, sia dal punto di vista del semplice buonsenso, sia da quello puramente legale. La sanzione è stata definita ‘light’ da diversi commentatori, in realtà si tratta di un importo assolutamente ridicolo.

Nel mondo reale, cioè quello che si trova al di fuori degli apparati burocratici statali ma che subisce le conseguenze delle decisioni di tali apparati, sanzioni da seimila euro vengono elevate per illeciti innocui e banali, tipo quelli indicati nei seguenti titoli di giornale:

Dimentica la scritta “non trasferibile” sull’assegno: multa da seimila euro

Seimila euro di multa a un fruttivendolo per una cassetta di frutta lasciata fuori posto

Ora, mi sembra più che evidente che in tema di sanzioni vengano utilizzati pesi e misure diversi quando si tratti di comuni cittadini o di istituzioni statali, e già questo sarebbe un sufficiente indicatore dello sbilanciamento enorme e inutile (nel senso che non crea alcun vantaggio per la maggioranza delle persone) nel rapporto tra Stato e cittadino a danno di quest’ultimo.

Ma non è questo il punto rilevante.

Ciò che conta veramente è la seconda delle due preannunciate ragioni, cioè il fatto che all’interno dell’istituzione sanzionata non vi siano responsabilità personali ma solo collettive. E che oltretutto tali responsabilità siano comunque nulle in quanto, alla fine, il soggetto che dovrà pagare la sanzione sarà lo stesso che la incasserà, cioè lo Stato.

Proprio per questi motivi il processo che è andato avanti fino al terzo grado di giudizio, è descrivibile, di fatto, come un’inutile perdita di tempo a carico dei contribuenti visto che, nonostante sia stata riconosciuta l’illegittimità della diffusione dei dati, nessun risarcimento sia stato garantito ai danneggiati e nessun provvedimento sia stato preso nei confronti di chi aveva autorizzato la diffusione dei dati.

Vediamo invece cosa succede quando la legge viene applicata a un soggetto privato:

Mail sbagliata: maximulta da 20 mila euro

La differenza di trattamento nei due casi è enorme. Da una parte milioni di dati sono stati diffusi illecitamente e questo non ha prodotto alcuna responsabilità di tipo personale ma ha generato solo una sanzione di importo ridicolo che comunque rappresenta solo una partita di giro. Dall’altra un errore formale che non ha creato danno a nessuno è stato sanzionato con 20 mila euro di soldi ‘veri’ che i titolari dell’azienda hanno dovuto sborsare.

Si tratta dell’ennesima prova dell’esistente squilibrio nel rapporto tra Stato e cittadino. Ricercare un nuovo punto di equilibrio all’interno di tale rapporto è il nostro scopo: si tratta di un obiettivo importante il cui perseguimento e urgente e non procrastinabile.

 

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  1. L’unico punto di equilibrio che auspico è il totale abbattimento dello #StatoLadro!

  2. Mi ricordi qualcuno che parlava alla radio… 🙂

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